Sono presenti NOTE DI AGGIORNAMENTO alla fine dell'articolo.
Le delicate questioni sull’imminente referendum non mi lasciano indifferente, e mi auguro sia lo stesso per tutti voi. Il dibattito si fa sempre più tossico, come quasi ogni altro tema politico negli ultimi tre anni. Vorrei porre una visione concreta e ragionata, fuori dagli schemi propagandistici e focalizzandomi sull’esclusivo interesse del cittadino, oltre le questioni politiche e di potere.
Ovviamente non lo farò con asepsi, come se stessi divulgando un tema scientifico, perché sarebbe ridicolo e ipocrita da parte mia e di chiunque sostenere neutralità su un tema socio-politico del genere: una materia di vita per definizione. Uno scritto – come questo – va valutato per onestà intellettuale. Va valutato accertando che non si stia barando con le parole; che non si stiano manipolando fatti, dati, isolando frasi e decontestualizzando argomenti.
Fate così. Non cercate neutralità retorica ma equilibrio fattuale.
E non potrò essere breve. Vi prometto sintesi, che non è sinonimo di brevità quando la complessità degli argomenti richiede che siano quantomeno sfiorati. Il resto dovete metterlo voi: una solida base culturale, apertura critica, nessun pregiudizio, e tanta pazienza per arrivare fino alla fine.
Partirei con una domanda.
Quando pensate alla Giustizia, cosa vi viene in mente? Cosa pensate subito?
Io penso subito a una Giustizia accessibile e veloce, che ami maniacalmente la verità, dove tutti possano anche permettersi i migliori avvocati e consulenti indipendentemente dalla condizione economica, e che non si debba aver paura di immani sacrifici per episodi di malagiustizia, o semplicemente per aver avuto torto in un caso dall’esito onestamente difficile da valutare.
Vorrei, insomma, una Giustizia aperta, amica, che se sbagli lo faccia capire; e che sul civile, ad esempio, non metta paletti economici per limitarne l’uso e indurre a farsi giustizia da soli, mentre a ricchi e potenti non pone alcun ostacolo.
Infine vorrei una Giustizia dai tempi ragionevoli. Non come quella odierna, dei processi penali che vanno in prescrizione o di quelli civili che durano più di vent’anni.
Io penso a tutto questo quando mi parlano di Giustizia. E ve lo chiedo di nuovo: voi cosa pensate?
Anche Piero Calamandrei – illustre padre costituzionalista – era preoccupato per il divario che si stava determinando già dai primi anni ‘50 nell’amministrazione della Giustizia.
"La legge è uguale per tutti" è una bella frase che rincuora il povero, quando la vede scritta sopra le teste dei giudici, sulla parete di fondo delle aule giudiziarie; ma quando si accorge che, per invocar l’uguaglianza della legge a sua difesa, è indispensabile l'aiuto di quella ricchezza che egli non ha, allora quella frase gli sembra una beffa alla sua miseria
(P. Calamandrei, in “Processo e Democrazia” – Padova, Cedam 1954)
Chi mi segue saprà quanto io citi spesso Calamandrei. Questo brano, in particolare, racchiude una gran verità. Sulla mia pelle ne ho potuto sperimentare l’amarezza riflessa, sfuggendovi solo grazie a disciplina, studio ferreo, e acquisto di nuove capacità tecniche nell’ambito del Diritto, unitamente a una discreta disponibilità economica che mi hanno consentito di potermi difendere o attaccare senza particolari limitazioni.
Tra processi penali affrontati e decine di processi civili e amministrativi, in circa trent’anni di frequenza presso svariate aule di tribunale, aiutando anche altri, meriterei forse un piccolo bonus ad honorem sulla futura pensione.
Nel penale ho sperimentato l’incapacità professionale e la corruttibilità (da me supposta) di alcuni organi inquirenti, nonché della magistratura requirente e giudicante. In un caso molto personale i costi si sono aggirati nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro, con un’azienda altamente tecnologica che alla fine ha dovuto chiudere i battenti a causa della pessima pubblicità ricamata dai giornali: prime pagine e articoloni sulle accuse, insignificanti trafiletti quando giungevano assoluzioni e vittorie. Troppo per un semplice cittadino medio, ben distante dall’essere abbastanza potente o ricco per accedere al livello successivo, quello in cui le assoluzioni non contano nulla e addirittura le condanne fanno curriculum.
Ma, come vi dicevo, c’è tutto il riflesso di quelle amare parole di Calamandrei, quelle risposte ricercate a cui facevo cenno nel pensare alla Giustizia. L’esperienza di un singolo, sebbene intensa, non avrebbe alcuna rilevanza oggettiva; lo diventa solo quando all’esperienza si congiunge una pratica quotidiana di ricerca e studio, come quella che mi ha infine appassionato da cittadino non potentato, oggi felicemente modestissimo. Insomma: di necessità si fa virtù!
La risposta è più semplice di quanto si possa credere.
La Giustizia in Italia è giunta oggi a livelli di afflizione inaccettabili.
- Organico in apnea cronica: 11,8 giudici per 100 mila abitanti, rispetto alla media UE del 17,6; mentre per i pm il rapporto è 3,8 (ciascuno gestisce circa 1.192 casi) contro l’11,6 europeo (204 casi). Una vera tragedia (Fonte: Cepej, 2024).
- Necessità di assumere almeno 1.000 nuovi magistrati all’anno per i prossimi 5 anni, anche in sostituzione dei numerosi “magistrati onorari” che non sono professionalmente preparati, e nonostante questo rivestono comunque poteri requirenti e giudicanti per tamponare le carenze di organico (un po’ come avviene con gli insegnanti precari, ma almeno quelli sono qualificati).
- Sistema claudicante anche per carenze nell’organico amministrativo e di cancelleria, con personale ridotto del 30% rispetto a quello necessario.
- Ipertrofia normativa e giurisprudenziale: abbiamo circa 250 mila leggi (Fonte: ministro Nordio), di cui ben 33 mila sono ancora dei Regi Decreti (residui della monarchia), scritte spesso con linguaggio ambiguo e arcaico, con parecchi casi di sovrapposizione tra norme, determinando una palese incertezza del diritto. Un dramma epico, se consideriamo che Francia, Germania e Regno Unito, messi insieme, arrivano a poco più di 15 mila leggi!
In passato affrontai la questione anche da altre prospettive: "Giustizia intelligibile".
Sull’ultimo punto in particolare ci sovviene l’amara constatazione di Tacito: «Corruptissima re publica plurimae leges». Più la repubblica è corrotta più numerose sono le sue leggi.
Il nostro sistema giudiziario è stato ben progettato all’origine; oggi servirebbe solo che funzionasse altrettanto bene. A volte ci si lamenta – e l’ho fatto anch’io – di sentenze alienanti, se non proprio ingiuste. Ma ci sfugge che il funzionamento della giustizia si fonda anzitutto sul merito: che non è una mera analisi dei fatti ma l’indagine sulla realtà concreta attorno alla quale tali fatti si sono prodotti, sfumando la tutela giuridica invocata. In altre parole, una norma di Diritto non è mai bianco o nero, e va qualificata sui fatti accaduti in un certa modalità e realtà. Qui purtroppo sono necessari nozioni un po’ più specifiche per comprendere e criticare questa impostazione, e a molti potrebbe bastare sapere che ci sono voluti millenni per arrivare a tale saggio principio.
Il rovescio della medaglia consiste nei frequenti errori di merito durante la qualificazione del fatto nella legge astratta, dovendo intrecciare troppe norme e valutare l’orientamento della giurisprudenza, peraltro non vincolante, che è ancora più voluminoso (casi simili già decisi, in tutti i gradi di giudizio); talvolta valutando anche la dottrina (studiosi e teorici del Diritto). Si tratta di quella “ipertrofia normativa” di cui parlavamo; e se unita al tempo infinitesimo di un magistrato che lavora al minimo delle dotazioni e sotto organico, oltre al carico di centinaia di casi sul groppone, la miscela diventa chiaramente esplosiva. Talvolta prevalgono convinzioni personali confortate anche da una giurisprudenza minoritaria, non perfettamente aderente al caso, e magari anche superata (casi precedenti che danno ragione al giudice ma sono controversi).
Il rimedio esiste e ce l’ha in mano il legislatore, ossia il governo di turno che detiene la maggioranza in parlamento. Esso dovrebbe (almeno dare il via):
- Eliminare il 95% delle leggi esistenti.
- Emanare norme chiare e senza contrasti, facendo funzionare bene i “Comitati per la legislazione” di Camera e Senato
- Ridurre il perimetro interpretativo del giudice (Diritto Vivente), esaminando la giurisprudenza che contrasta con “l'interpretazione autentica” (cioè quello che aveva in mente il legislatore quando scrisse la norma) e cambiare/riformulare tale norma per eliminare il contrasto e far prevalere la propria interpretazione
- Integrare l’organico giudicante e requirente con le necessarie assunzioni
- Integrare l’organico di cancelleria e amministrativo, in egual modo
Se invece perdureranno le attuali condizioni non possiamo lamentarci troppo coi magistrati che sbagliano, salvo non venga provato il dolo, il diniego di giustizia, o la colpa grave, presso un CSM che già esiste e che risulta tra i più severi a livello europeo (media sanzionatoria dello 0,4-0,5% rispetto allo 0,2% europeo, spesso quattro volte tanto rispetto a Spagna e Francia - Fonte: Cepej, 2024)). La mera interpretazione errata resta un territorio grigio, dove le responsabilità sfumano e sono difficili da rintracciare in concreto. Solo il legislatore può diradare queste opacità occupandosi – ripetiamolo! – di quell’elenco di cose da aggiustare, prima di pensare ad inasprire punizioni che sono già ben oltre la media.
Esisterebbe poi un rischio ben più severo nell’inasprimento della responsabilità permanendo i problemi organico-strutturali della Giustizia, promuovendo un possibile aumento dell’impunità generale, con magistrati timorosi che diventerebbero troppo garantisti; o al contrario troppo giustizialisti, moltiplicando le condanne ingiuste. Questo dipenderà dal versante su cui potrebbe gravare l’accresciuta soglia/certezza di punibilità, e le fasce che si vorranno tutelare (apertamente o velatamente, non possiamo escluderlo).
C’è chi ugualmente storcerà il naso. Ma queste sono evidenze, non chiacchiere; d’altra parte non abbiamo materiale opposto da valutare per determinare che i magistrati siano davvero gli unici responsabili degli errori giudiziari, ed è quindi loro che bisogna colpire in qualche modo. Quell’argomento che spesso si legge e sottende allo stravolgimento della legge, anche per questione di utilità ideologico/politica dei magistrati stessi, inerente le cosiddette “correnti” (in particolare quella della “toghe rosse”), è una constatazione certamente veritiera. Ma non basta. E’ numericamente indefinita: non sappiamo quanti casi del genere si riscontrino e quanto questo incida sull’assetto e correttezza globale della magistratura. Dunque la domanda è: si tratta di bias o è davvero emergenziale?
Purtroppo non posso presentarvi dati in merito, perché non ne ho. Se dovessi basarmi sui casi che sporadicamente emergono nel mainstream mediatico, e tengono banco anche per settimane in rispettivi lanci di accuse dalle parti politiche interessate, allora dovrei dire che sono appunto casi sporadici e irrilevanti, ancor meno di bias, spesso non accertati nella misura definitiva “del male e del perché” sarebbero errori. E così finirei per sminuire la questione. Preferisco, invece, chiedere dati e definizione finale dei casi da parte di chi denuncia questa cosa.
Tornando alla capacità d’intervento del legislatore a chiarezza delle sue leggi, sarà conveniente fare un esempio (su possibili centinaia) di come la volontà del legislatore prevalga sempre sull’interpretazione giudicante.
Questa estate abbiamo apprezzato una sentenza di Cassazione a sezioni unite (SS.UU. Civ. n. 23093/2025)) che ha risolto definitivamente un tema complesso: la rinuncia alla proprietà immobiliare e l’acquisizione di tale proprietà al patrimonio dello Stato. Siccome le norme non erano chiare, i pareri discordanti, e tante sentenze precedenti si contrastavano a vicenda, è stato necessario questo intervento definitivo.
Ma definitivo solo per modo di dire. L’ultima parola spetta sempre al legislatore, se vuole intervenire. E in questo caso è intervenuto quasi immediatamente attraverso la legge “Finanziaria 2026”, sconfessando la Cassazione e mettendo il vero punto alla questione. E’ stato definitivamente scritto, per legge, che non è possibile rinunciare a una proprietà perché fa comodo, e cioè quando è fatiscente, pericolante, abusiva, e dunque incommerciabile.
Fine della storia. La legge ora è chiara. Sarà anche controversa perché in “due parole” riapre molti quesiti che la Cassazione aveva risolto in 54 pagine di ragionamenti. Ma questa sarà eventualmente materia per la Corte Costituzionale, se verrà interpellata e ravviserà sproporzioni.
Anche risolvendo i problemi di organico della Giustizia e pure ogni altro intralcio strutturale e di risorse, i magistrati avrebbero ben poco da fare se l'ipertrofia normativa e le leggi scritte male, deboli, ambigue, o contro i principi costituzionali, continueranno a essere promulgate da un legislatore distratto o incapace.
La legge la crea il governo di turno. I magistrati la interpretano e applicano.
Il ministro Nordio ha più volte chiarito che questa riforma non riguarda alcun miglioramento operativo, organico o strutturale della magistratura, che quindi rimarrà con le sue inefficienze e insufficienze di personale e carichi fuori scala. Per conseguenza, la riforma non interviene sull’efficienza della Giustizia, dei suoi tempi biblici, degli alti costi e dei problemi di accesso. La riforma non riguarda nemmeno il problema dell’assurdo numero di leggi, della loro chiarezza, e dell’incredibile mole di giurisprudenza esistente e contrastante.
Insomma, la riforma non riguarda nulla di quello di cui abbiamo parlato finora.
Tuttavia, con questa riforma da confermare attraverso il referendum, il governo ritiene di risolvere ugualmente il problema della malagiustizia, perlomeno di una parte di essa. Il governo ritiene che a prescindere da tutti quei problemi che la riforma lascia irrisolti, il problema principale sarebbe che i magistrati lo facciano di proposito a interpretare male la legge Non solo le nuove norme che ha prodotto questo governo nel suo arco legislativo, ma ogni precedente legge a cui il governo stesso attribuisce significati evidentemente diversi (e torna quella domanda: dove sono i dati?).
Per esempio, una delle cose su cui il governo si lamenta spesso riguarda l‘eccessiva indulgenza dei giudici con extracomunitari, clandestini, ladri di vario genere, manifestanti violenti, e così via. E al contempo il governo lamenta l’eccessiva severità con chi si difende, anche uccidendo, specie se a farlo sono le forze di polizia. E in questo caso ritiene che la magistratura inquirente non dovrebbe nemmeno indagare.
La critica del governo è sempre però assertiva e fa leva su casi sporadici sul nascere, quindi indefiniti nell’evoluzione. Manca quasi sempre di riscontri argomentativi che colpissero le norme male interpretate (se è così), e dunque il motivo per cui si dovrebbero leggere diversamente, e agire diversamente. E manca, soprattutto, la ragione per cui il governo stesso non cambi le norme incriminate risolvendo il problema alla radice. In questo modo impedirebbe ai giudici di interpretare male, e fin qui lo abbiamo ripetuto davvero tante volte. Ma questo il governo non lo fa, e non spiega nemmeno perché non lo faccia, oltre a non fornire dati su questa eventuale “emergenza”.
Prendendo ogni cosa per vero, il governo allora decide di scindere la magistratura e rendere certe le punizioni (e di punizioni ne abbiamo già parlato ampiamente). La riforma abolirà il CSM unico e farà nascere due distinti CSM, uno per i giudici e l’altro per i pm. Farà anche nascere un terzo organo chiamato “Alta Corte Disciplinare” che sarà indipendente dai primi due e si occuperà di giudicare e sanzionare le malefatte dei magistrati. come già fa efficacemente il CSM unico (vedi sopra).
E’ chiaro il problema, ma non lo scopo di dividere. Parrebbe l’infausta tecnica del divide et impera.
E’ pur vero che molti hanno offerto spiegazioni e orientato le loro tesi.
Quelli per il SI, dicono che con questa scissione netta tra le carriere dei magistrati – di fatto già implicita: nel 2024 solo 42 magistrati su 8.817 hanno cambiato carriera, e possono farlo una volta sola con diverse restrizioni, solo nei primi 10 anni di carriera (Fonte: Ministero della Giustizia) – le correnti politiche interne alla magistratura non potranno più incidere, perché i membri di questi tre organi verranno sorteggiati. Non è chiara l’utilità di colpire le correnti (espressione di democrazia) ma a ben vedere, anche con il sorteggio esisteranno le correnti, perché se un magistrato è di destra o sinistra rimane tale a prescindere che sia eletto per voto o per sorteggio. I sostenitori del SI dicono anche che la scissione tra due organi, pm/giudice, eviterà che i giudici simpatizzino per le tesi dei “colleghi” pm, rendendoli più autonomi; ma a ben vedere nel 48% dei casi i giudici decidono all’opposto di quello che chiedono i pm (fonte: sempre il Ministero della Giustizia), quindi un perfetto equilibrio di autonomia decisionale.
Quelli per il NO, dicono che il sorteggio dei membri laici di questi tre organi sarà pilotato dal governo di turno, il quale potrà comporre liste di giuristi simpatizzanti dove chiunque venisse sorteggiato sarà comunque un fedele del governo medesimo, dunque le correnti della magistratura continueranno a esistere ma saranno molto più assoggettabili al governo di turno; infatti Nordio fece una dichiarazione intellettualmente onesta in un’intervista: «Mi stupisco di come la Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro una volta andati al governo», sembra una chiara e audace ammissione di una riforma progettata per controllare l’autonomia della magistratura. I sostenitori del NO temono anche che la divisione netta tra giudici e pm generi il cosiddetto "superpoliziotto", ossia un pm che non ha più interesse a valutare tutti gli elementi dell’indagato (già lo fa con difficoltà oggi) ma solamente quelli che lo inchiodano è favoriscono l’unico scopo carrieristico del pm stesso. Dunque un pm che potrebbe diventare agnello con i potenti e superpoliziotto contro i cittadini.
Se volessimo decriptare la riforma osserveremmo che le ragioni del SI (argomenti) descrivono una realtà che non si riscontra o contrasta con dati opposti; mentre le ragioni del NO (paure) sono talvolta confermate nelle parole del governo stesso che promuove la riforma.
Il tema è la Giustizia, e il timore è sacrosanto. Specie se non riusciamo a decodificare adeguatamente la riforma e quei tanti problemi – reali! – della Giustizia addossati al cittadino, che vengono paradossalmente messi da parte e lasciati tali e quali: necessità di accedere alla Giustizia alla pari di ricchi e potenti; necessità di essere veramente “uguale” per tutti nel giudizio; necessità di essere giudicati in tempi accettabili; necessità che non vi siano privilegi in ambiti sottoposti già a grandi poteri e autonomie (come burocrazia e politica) che determinano ogni anno miliardi di danno erariale a causa della corruzione. L’Italia è praticamente la peggiore dei paesi occidentali (dietro di lei solo paesi in forte crisi ed economie emergenti o da terzo mondo).
Ma osserviamo anche come viene promossa la riforma.
Queste sono le grafiche promozionali di pochi giorni, rispetto alle infinite che Fratelli d’Italia (primo partito di governo) posta quotidianamente su tutti i propri social.
Come possiamo vedere, la riforma viene presentata come risolutrice di tutti i problemi, persino di velocizzare le sentenze. E’ una propaganda fuorviante e distante dalla verità di questa riforma.
- Il problema del clandestino risarcito? La riforma non risolve! E’ questione di legge. Vanno letti gli atti, se del caso impugnati, ed eventualmente cambiata la legge.
- Levare la multa a Report? La riforma non risolve! E’ questione di legge. Vanno letti gli atti, se del caso impugnati, ed eventualmente cambiata la legge.
- Errori giudiziari e risarcimenti? La riforma non risolve! E’ primariamente una questione di ipertrofia normativa, organici insufficienti, vanno ridotte le leggi e rese più chiare.
- Le “toghe rosse” liberano i delinquenti, non rimpatriano, danno pene indulgenti? La riforma non risolve! E’ questione di legge. Vanno letti gli atti, se del caso impugnati, ed eventualmente cambiata la legge.
- La giustizia è lenta? La riforma non risolve! Bisogna intervenire in riassetto organizzativo, risorse, assunzioni di magistrati, etc.
Difficile non essere sospettosi (per non dire altro) di fronte a tale martellante propaganda, che per tutta evidenza tenta di “vendere” al cittadino una riforma assolutamente inverosimile e distante da quelle grafiche.
Talvolta, dopo aver compiuto una ricognizione argomentativa non semplice, cercando anche di rincorrere la sintesi, si ottiene questa osservazione astratta: «Si, ma Palamara…». Non entro nel merito per attaccare ad hominem questo ex magistrato, radiato dal CSM, che presenterebbe connotati opachi. Perché dovremmo esaminare i motivi, determinare l’autorevolezza odierna, dissipare quell’opacità, e così via. Basta, invece, rilevare che le dichiarazioni in un libro o nei salotti TV hanno pregio solo quando saturi di elementi probanti di un certo pregio, determinando quegli indizi gravi, precisi e concordanti, che vanno ben oltre la testimonianza personale, elemento rilevante ma insufficiente per risalire a una verità complessa. Semplificherò troppo, ma immaginate se un assassino possa essere considerato tale solo perché un singolo testimone lo asserisce. Ci vogliono ben altri elementi a contorno.
Ma ben venga anche Palamara!
Però, ogni tesi, o testimonianza, confrontatela semplicemente con l’utilità ai fini della Giustizia necessaria al cittadino, non quella dei veleni per la gestione del potere in sala comando. Verificate alla luce di quello che abbiamo fin qui discusso e cucito sugli esclusivi interessi del cittadino. E questo vale tanto per il SÌ quanto per il NO.
Farete le vostre valutazioni. Informatevi ulteriormente al fine di una scelta che è dovere di tutti compiere nella maniera più informata possibile e in assoluta assenza di dubbi. Ma se proprio rimarrete con qualche dubbio, allora fate tesoro di questo vecchio proverbio “conservatore” siciliano (come siciliano è chi scrive):
Cu lassa a via vecchia pa nova,
(Chi abbandona la vecchia via per quella nuova)
sapi chi lassa ma un sapi chi trova!
(saprà cosa lascia ma non cosa trova!)
Devo aggiungere un’osservazione importante sugli ultimi avvenimenti che hanno messo in croce il magistrato Nicola Gratteri, uno degli ultimi simboli forti rimasti nella lotta alle mafie e al malaffare. Gratteri ha affermato che voteranno “SI” al referendum gli indagati, gli imputati, evidentemente colpevoli, la massoneria deviata, che non avrebbero vita facile con una Giustizia efficiente. Tali parole sono senz’altro controverse ma sono anche state oggetto di una condanna che ritengo superficiale, perché a rigore di una corretta linguistica e contestualizzazione l’affermazione di Gratteri si risolve senza dubbi o ambiguità: non tutti quelli che voteranno “SI” sono quei soggetti, ma tutti quei soggetti voteranno “SI”.
E’ ovvio che molte persone perbene voteranno SI.
La differenza è determinante. La riflessione che ci viene proposta da Gratteri non è da poco. Perché se alla gente di malaffare converrebbe votare SI, allora le altre persone perbene, convinti in buona fede che il SI sia la cosa giusta, dovrebbero stare attenti, secondo Gratteri. Il loro consenso, purtroppo, si unirebbe a quello degli interessi di quella gente. Sarà così? Gratteri pensa questo.
A Gratteri, però – imperfetto come tutti gli umani – va senz’altro reso omaggio per la sua incessante lotta al crimine e la rinuncia a una vita normale, sacrificata sull’altare di questa difficile e pericolosa missione. Qualcuno faceva notare: «Se oggi Falcone Borsellino fossero vivi li trattereste a pesci in faccia come state facendo con Gratteri. Ma il mese di Maggio è alle porte, e già tutti voi infami state scegliendo le ipocrite immaginette da postare». Ho perso il riferimento all’autore, ma la citazione ci fa ben comprendere di come sia diventato tossico il confronto, fatto di accuse reciproche piuttosto che di argomentazioni. E in questa nube tossica si inserisce anche il ministro Nordio, che per l’ennesima volta attacca i magistrati, dicendo in sintesi che: “l’attuale sistema di nomine di magistrati sarebbe para-mafioso”.
Su questa affermazione, linguisticamente, non riesco a trovare la quadra di legittimità. Nordio dice che è una citazione a un altro magistrato che l’avrebbe detto prima di lui (sarebbe il pm Di Matteo, che però si dichiara assolutamente contrario a questa riforma), ma non ha spiegato se la ragione di questa citazione – se lo è davvero, ma non subito palesata – sia stata per dissociarsene o per aderirvi, perché risulta molto grave definire l’attuale CSM “para-mafioso”, compiendo quasi un doppio vilipendio: indubbiamente all’Ordine giudiziario, tutelato dall’art. 290 c.p.; e in ipotesi si vilipende anche il Presidente della Repubblica, ex art. 278 c.p., essendo egli il capo del CSM.
E infine veniamo al sodo.
Secondo quanto emerso dai nostri ragionamenti, la riforma non è necessaria e non risolve nulla. Pertanto, non esiste nessuna ragione per intervenire su svariati articoli della Costituzione, e in particolare sull’art. 104, nella sua essenza di indipendenza unitaria e inscindibile: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere».
Pertanto, io voterò “NO”.
APPENDICE - Valutazione del rischio
Oltre alle ragioni esposte nell’articolo, e muovendo sempre sui temi di giustizia, i sostenitori del NO rilevano anche una serie di comportamenti controversi e pregiudizievoli, i quali tendono a qualificare l’attività del governo come palesemente tesa a proteggere e blindare le proprie caste (politica e burocrazia) dai reati ai danni dello Stato, dell’Erario e dei Cittadini (e l’Italia risulta peraltro uno degli Stati più corrotti dell’occidente). Per contro, si sono osservati numerosi provvedimenti che introducono nuovi reati, o inaspriscono gli esistenti, a carico esclusivo dei normali cittadini.
In tale attività rientrano i seguenti provvedimenti e azioni.
- Mitigazione e protezione a favore delle caste
- Abolizione del reato di “abuso d’ufficio” (323 c.p.). Può aumentare il rischio di corruzione e abusi di potere.
- Limitazione del reato di “traffico d’influenze illecite” (326 bis c.p.). Può aumentare il rischio di corruzione.
- Limitazione delle intercettazioni durante le indagini. Può diminuire la capacità di accertare i reati.
- Introduzione dell’avviso all’indagato con 5 giorni di anticipo prima dell’arresto. Può aumentare il rischio di inquinamento prove e/o fuga (già accaduto).
- Forte limitazione dell’azione della Corte dei Conti: diminuendo la responsabilità dei funzionari dello Stato; limitando il danno erariale risarcibile; obbligando i giudici a valutare entro 30 gg. pareri di contabilità pubblica (nuova funzione consultiva, ma i magistrati sono palesemente insufficienti), impedimento indagini e procedimenti futuri in regime di silenzio/assenso; ridotta anche la prescrizione al risarcimento in 5 anni.
- Piano del ministro Nordio per limitare/impedire le intercettazioni per corruzione con “mazzette di modesta entità” (sic!). Nel dibattito pubblico si è aperta la comprensibile polemica: per i colletti bianchi rubare poco sarà irrilevante – e non è chiaro quanto sia questo “poco” – e rimarrebbe verosimilmente impunito.
- Protezione estrema della classe dirigente. Vengono sistematicamente negate autorizzazioni a procedere nei confronti di ministri dell’attuale governo. Eclatante il caso della Santanché (falso in bilancio, truffa all’INPS, prove molto serie rese inutilizzabili), unitamente a quello dei ministri coinvolti nel caso Almasri (accusato di crimini internazionali e contro l’umanità).
- Propositi di scudi penali per le forze dell’ordine (oltre tutela legale già attuata), al fine di limitare l’iscrizione nel registro degli indagati per presunti reati a loro ascrivibili. Emblematico l'ultimo caso di rumorosissima propaganda in difesa della legittima azione del poliziotto di Rogoredo, secondo il governo indagato ingiustamente, ma poi rivelatosi colpevole di omicidio volontario (oggi anche reo confesso). Nello stesso periodo: 21 tra poliziotti e carabinieri sono indagati per furti reiterati nel tempo alla Coin della stazione Roma Termini.
- Aggravamento delle condotte a sfavore dei cittadini
- Da questo elenco escludo diversi provvedimenti e fattispecie di reato introdotte (eg: occupazione arbitraria di immobile, restrizioni sulla Cannabis Light, ampliamento Daspo urbano, minore tolleranza verso detenute madri, etc.), trattandosi di temi che si sono rilevati molto divisivi nell’opinione pubblica, quindi di non immediata percezione/sospetto di ingiustizia e viceversa.
- Molto sensibili invece i seguenti provvedimenti (e tentativi) contro manifestazioni e dissenso in generale: nuovo reato di invasione terreni o edifici per raduni pericolosi (cd. “decreto anti-Rave”); aggravanti su ipotesi di resistenza/minaccia a pubblico ufficiale; nuovo reato per lesioni personali ad agenti di polizia; aggravanti per manifestanti contro infrastrutture (cd. norma “anti no Ponte o no Tav”); aggravanti per chi non si ferma allo stop della polizia; tentativo (fallito) di obbligare la collaborazione coi servizi segreti a strutture pubbliche, università e centri di ricerca, in deroga alla privacy; nuovo reato per manifestanti che bloccano strade, ferrovie e servizi pubblici (ribattezzate, nell’insieme, severissime norme “anti-Gandhi”); nuovo reato per rivolte in carcere o CPR (anche per forme di resistenza passiva o proteste non violente);
Questi i più rilevanti. Diverse altre azioni minori, non menzionate per ragioni di spazio, stanno incidendo nella medesima direzione: alleggerimento posizioni per strutture di potere e aziende, ulteriori rigidità per i comuni cittadini.
Ogni provvedimento andrebbe indubbiamente discusso singolarmente, disvelando i suoi pro e contro. Il sottoscritto non ha la presunzione di demonizzare a priori, nonostante molti di essi stuzzichino la propensione di qualunque lettore a una valutazione per intuito e nozione di comune esperienza, determinando per molti di essi una verosimile inopportunità o non necessarietà (già solo in tema di priorità e urgenze). Tuttavia, quello che qui può interessare non è la valutazione caso per caso o la polarizzazione ideologica ma lo scenario complessivo dell’azione di governo, che avverte senz’altro la priorità a proteggersi e contemporaneamente a tenere a bada cittadini e dissenso, ed è indubbiamente un’attività peculiare che non ha precedenti.
Sono elementi rilevanti che non possono essere ignorati nella valutazione del rischio, al pari della propaganda martellante del governo intrisa di fake news (cfr: articolo). Valgono a determinare se il cittadino, oltre a non ottenere benefici diretti dalla riforma, potrebbe addirittura subire un danno attuale o futuro nel dare al governo fiducia con il proprio SÌ al referendum. Volendo mitigare ulteriormente i timori, tali elementi fanno perlomeno vacillare l’autorevolezza di un governo che si accinge a varare una riforma così costituzionalmente delicata sull’assetto operativo della Giustizia.
Il NO al referendum rimane solido e molto deciso.
.
La superiore appendice “valutazione del rischio” sostituisce e aggiorna il precedente paragrafo che trattava della stessa materia in maniera meno precisa ed equilibrata. L’aggiornamento è stato necessario per i feedback ricevuti in merito ad altri elementi valutabili (ultimo aggiornamento: 27/02/2026).
NOTA DI AGGIORNAMENTO DEL 24/02/2026
Ritengo utile commentare un autorevole contributo a favore del SÌ che ci giunge dell’ex presidente della Corte Costituzionale, Augusto Barbera. Egli è anche stato uno storico esponente della sinistra, e logicamente il suo commento alla riforma è diventato un cavallo di battaglia del “Comitato SI Riforma”.
Potete apprezzare l’intervento di Barbera a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=lgVq5uyolGg
Il contributo di Barbera è tra i pochi che affronta la questione in maniera equilibrata e ben argomentata. Per questo merita senz’altro menzione e una critica rispettosa e altrettanto equilibrata.
Il pregio più rilevante è l’analisi/giudizio sul testo della riforma, e non sulla pancia di chi lo boccia o promuove per altri motivi o per partito preso. Barbera ci tiene – e lo ripeterà più volte – che si analizzi il testo e si commenti senza pregiudizi.
La sua analisi, però, inciampa troppo presto in una considerazione irragionevole e alquanto suggestiva che i tecnici definirebbero argumentum ad verecundiam (tesi basata sull’autorevolezza dell’interprete), laddove, dopo appena 8 minuti, si appella alla passata bocciatura della riforma costituzionale di Renzi su altri temi. Dice: «Oggi “tutti” – poi si corregge dicendo “molti” – la considerano una buona riforma». Un parere personale, apodittico (privo di dati e argomenti) e fuori tema, che mina la pregevolezza degli argomenti precedenti e successivi nel sottendere subito: “stavolta non fate lo stesso errore”. Non è accettabile.
Nelle battute finali del video ci metterà invece in guardia dal pregiudizio di considerare cattiva l’attuale proposta di riforma della giustizia solo perché piaceva anche a Licio Gelli (P2, massoneria deviata). Tale considerazione appare del tutto neutra, in quanto si può pensare male o ritenere la cosa irrilevante più o meno nella stessa misura.
Entrato nel vivo della sua analisi, Barbera individua poi la ragione centrale che potrebbe migliorare l’equità di giudizio a beneficio del cittadino, ritenendola nella separazione, non tanto delle carriere (ndr, che sono di fatto già separate), ma delle funzioni “istituzionali” giuridiche, dicendo: «Se un imputato viene accusato di un grave delitto, non sarà tranquillo se apprende che chi dovrà giudicarlo appartiene alla stessa carriera o addirittura alla stessa corrente di chi lo sta accusando». (3’54”, video). Ogni altra considerazione successiva sul singolo CSM che decide per giudici e pm ruota attorno a tale questione centrale.
La percezione di Barbera risulta però irragionevole se non osserva la realtà concreta, non contempla esempi, non compara i dati disponibili e le altre ipotesi di intervento legislativo in riequilibrio. E vediamo subito come e perché.
I dati che ho riportato nell’articolo attestano che il giudice dà torto/ragione al pm nel 50% dei casi circa, quindi ci dicono subito che la preoccupazione di Barbera non è verosimile. Certamente, tutto è perfettibile; ma intanto i dati dicono che non esiste alcuna ragionevole fretta nel pensare a tale perfettibilità, perché sussistono già ottimali equilibri e autonomie procedurali e decisionali. Inoltre, se proprio volessimo pensarci, il problema del pm si focalizza meglio nella legge e non nell’assetto costituzionale, poiché l’art. 358 del codice di procedura penale imporrebbe al ruolo del pm di ricercare prove e sostenere tesi anche in favore dell’imputato; è pur vero che la Cassazione ha più volte ritenuto che tale “dovere” non è sanzionabile (se il pm non lo fa, pazienza!), ma possiamo senz’altro perfezionare e migliorare in quest’ambito modificando l’art. 358 c.p.p. e riequilibrando il ruolo del pm in favore della parte debole (indagato/imputato), dunque imponendo come obbligo quel dovere astratto di ricercare/accettare prove anche a favore dell’indagato. Pertanto è la legge che andrebbe preventivamente modificata, e non immediatamente la Costituzione (lo stesso Barbera ammette che le funzioni del pm sono sottoposte costituzionalmente a riserva di legge). Sulle correnti, va invece ribadito che separare non assicura che giudice e pm non si ritrovino ugualmente a simpatizzare per le stesse tesi, determinate dalla loro ideologia. Rovescio della medaglia di cui Barbera non si occupa.
Sul sorteggio dei magistrati Barbera parrebbe un po’ più critico, ma dopotutto non lo considera un male se perlomeno supera la fissazione dell’ANM a non accettare un sistema elettivo diverso dal voto proporzionale per liste (13’44”, video). E’ una critica assai tecnica e, in fin dei conti, sempre ancorata alla teoria che “le correnti” possano danneggiare “l’imputato di gravi delitti” nel godere di un equo processo.
Infine, Barbera parla del nuovo organismo costituzionale definito “Alta Corte Disciplinare”, e qui manifesta incertezze evidenti nel non poter presagire come la legge futura, che regolerà il sorteggio, possa governare la delicata composizione di questo organismo. Insomma, un’altra incertezza tecnica in sala bottoni. Ma subito dopo afferma che il testo della riforma rafforza comunque l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Egli dice: «non c’è scritto da nessuna parte che facciano il contrario». E’ relativamente vero, come sarebbe relativamente vero l’opposto, ossia che nulla nei testi lascia presagire questo rafforzamento di cui parla apoditticamente Barbera.
Insomma, Barberà risulta autorevole inizialmente, quando ripercorre la storia del Diritto tra giudice inquisitore, poi supportato dal pm, e fino all’assetto odierno (tardi anni ’80). Poi però si perde nelle valutazioni, nel considerare i dati odierni, e soprattutto nel mancare di esempi concreti sull'ipotetica maggior equità che potrebbe determinare la riforma voluta da questo governo. E nulla – occorre ribadirlo – sulle vere urgenze della Giustizia che questa riforma non considera minimamente, ritenendo prioritario ciò che in realtà appare del tutto secondario se non proprio irrilevante.
Lo perdiamo completamente sul finale, dal minuto 18, dove almeno io percepisco una forte perdita di lucidità e un continuo processo alle intenzioni e lancio di accuse (anche a Gratteri) verso i sostenitori del NO. Inizia a parlare di “falsificazione della verità” basata sull'installazione della paura che la riforma possa determinare un qualche futuro controllo della politica sulla magistratura. Non c’è riferimento nel testo – ribadisce – dimenticando che il testo non potrebbe mai essere l’unica fonte di valutazione di una riforma che interviene senza urgenza, senza necessità immanente, senza risolvere i veri problemi della Giustizia, e da un governo che la promuove tramite fake news e che finora ha generato provvedimenti a raffica solo a tutela del potere politico e burocratico.
Questi sono pregiudizi importanti e gravi fondati sull’osservazione della realtà, e Barbera non dovrebbe ignorarli. Già da soli giustificherebbero la bocciatura del testo, anche se apparisse più limpido di un cristallo di bohemia. Come Barbera possa ridurre una legittima valutazione del rischio a mere “paure” non è dato sapere!
In conclusione, l’intervento di Barbera è autorevole ma non presenta novità, a tratti perde lucidità e soprattutto non è dotato di quella forza necessaria a scardinare dubbi e far digerire l’urgenza di una riforma a fronte di problemi di Giustizia veramente seri e assolutamente prioritari. Paradossalmente, interventi come questo accrescono la determinazione a votare convintamente NO a questo referendum.
base foto: Gemini AI, NanoBanana Pro, 17/02/2025, su prompt A.E.
Gli algoritmi di ricerca su internet, e quelli preferenziali dei social, non premiano cultura, pluralismo e contenuti utili e interessanti, ma fanno prevalere le banalità, le popolarità, l'intrattenimento, e la supremazia di informazioni mainstream promosse anche da incenti investimenti pubblicitari.
Questo progetto sarebbe invisibile senza costanti investimenti di autopromozione.
CONDIVIDENDO l'articolo e segnalando il sito e i profili social, contribuirai ancora meglio.




